Ieri ho incontrato un mio vicino di casa che conosce la mia attività musicale e, parlando del più e del meno, mi ha raccontato del suo gruppo jazz. Suonano dal vivo e stanno cercando qualcuno che possa aiutarli a trovare serate, così a un certo punto mi ha chiesto se conoscessi un agente da consigliargli.
Purtroppo ho dovuto rispondergli di no e, quasi immediatamente, mi sono reso conto di quanto quella risposta raccontasse anche il cambiamento avvenuto nel mio rapporto con la musica negli ultimi anni.
Tempo fa probabilmente avrei avuto qualche nome da suggerirgli, perché frequentavo molto più da vicino il circuito dei locali, degli organizzatori e delle serate. Oggi quel mondo è diventato per me molto più distante, non perché abbia smesso di amare la musica o il mestiere del DJ, ma perché nel frattempo è cambiato profondamente il sistema all'interno del quale un artista deve riuscire a trovare il proprio spazio.
Non ho smesso di amare la console: è cambiato il mondo intorno
Quando ho iniziato a suonare, la discoteca era prima di tutto un luogo nel quale la musica aveva un ruolo centrale. Naturalmente anche allora esistevano il business, le pubbliche relazioni, le prevendite, i tavoli e tutto quello che serve economicamente a far funzionare un locale, ma la sensazione era che la serata venisse costruita soprattutto intorno alla pista e alla musica.
Il DJ aveva il compito di accompagnare il pubblico per diverse ore, capire l'atmosfera della sala e scegliere di volta in volta la direzione da prendere. Una pista da ballo non è mai stata semplicemente un insieme di persone davanti a due casse: è qualcosa che cambia continuamente, e chi sta in console deve essere capace di percepire quei cambiamenti.
A volte bisogna insistere su un determinato suono, altre volte cambiare rapidamente strada; ci sono momenti nei quali il pubblico vuole riconoscere qualcosa e altri nei quali può essere portato verso un disco che non conosce ancora.
È proprio questa la parte del lavoro del DJ che ho sempre trovato affascinante.
Il problema è che nel frattempo è cambiato il contenitore.
Per artisti come me lo spazio si è ristretto
Io non sono un DJ che mette automaticamente mille persone davanti all'ingresso di un locale soltanto perché il suo nome è stampato sulla locandina, e non ho nessun problema a dirlo.
Esiste naturalmente un circuito di grandi artisti capaci di richiamare migliaia di persone, così come esistono festival e grandi eventi che funzionano benissimo. Sotto quella fascia, però, per molti DJ la situazione è diventata più complicata.
Le discoteche rimaste sono meno numerose rispetto a un tempo e, soprattutto, è cambiato il loro modello economico. Per un locale oggi sostenere costi elevati significa cercare inevitabilmente ciò che garantisce l'incasso maggiore, e negli anni il tavolo, la bottiglia e il servizio premium hanno assunto un peso sempre più importante.
È una scelta comprensibile dal punto di vista imprenditoriale, perché una discoteca deve pagare personale, sicurezza, impianti, energia, artisti, promozione e moltissime altre spese. Tuttavia, quando il parametro principale diventa quanto un nome sia capace di far spendere il pubblico, inevitabilmente cambia anche il criterio con cui vengono scelti gli artisti.
La domanda non è più soltanto «questo DJ è adatto musicalmente a questa serata?», ma sempre più spesso diventa «quante persone porta e quanto possono spendere?».
Sono due concetti molto diversi.
Ed è proprio in questo spazio intermedio che artisti come me hanno trovato progressivamente meno occasioni interessanti.
Non è la musica dal vivo a essere scomparsa
L'incontro con il mio vicino mi ha fatto riflettere anche su un altro aspetto. Il fatto che lui suoni jazz dimostra come il problema non sia affatto la scomparsa della musica dal vivo.
Anzi, concerti, festival, piccoli club, rassegne, eventi culturali e spettacoli continuano ad attirare pubblico. Anche il jazz possiede ancora una propria rete fatta di locali specializzati, festival, teatri, associazioni, amministrazioni comunali, hotel ed eventi privati.
Quello che è cambiato è probabilmente il percorso per arrivarci.
Una volta si parlava genericamente dell'“agente”, mentre oggi un musicista si trova davanti a figure e circuiti differenti: booking, management, uffici stampa, organizzatori, promoter, associazioni culturali e realtà che lavorano soltanto su determinati generi o tipi di eventi.
Il pubblico, quindi, continua a esserci. Quello che manca spesso è una strada semplice e riconoscibile per raggiungerlo.
Nel frattempo anche il pubblico ha cambiato il modo di scoprire la musica
C'è poi un altro elemento che ha completamente trasformato lo scenario: oggi una parte enorme della scoperta musicale passa attraverso gli algoritmi.
Spotify, YouTube, TikTok e le altre piattaforme imparano progressivamente ciò che ci piace attraverso gli ascolti, le ricerche, i brani che saltiamo, quelli che salviamo e gli artisti che seguiamo. Il risultato è un flusso musicale sempre più costruito su misura per ciascuno di noi.
È una tecnologia straordinaria, che permette di trovare continuamente nuova musica e che io stesso utilizzo, ma resta profondamente diversa dal lavoro di un DJ.
Un algoritmo conosce molto bene i gusti individuali di una persona; un DJ, invece, deve riuscire a leggere contemporaneamente una sala intera.
Quando sei davanti a una pista non sai soltanto quali brani piacciono alle persone, devi capire cosa stanno provando in quel preciso momento. Devi percepire se puoi aumentare l'energia, se devi concedere una pausa, se è arrivato il momento di proporre qualcosa di nuovo oppure se il pubblico ha bisogno di riconoscere immediatamente una canzone.
E soprattutto puoi fare una cosa che personalmente considero fondamentale: mettere un disco che magari nessuno, entrando nel locale, aveva pensato di voler ascoltare.
Per me una grande serata è anche quella nella quale torni a casa chiedendoti quale fosse quel brano che hai sentito per la prima volta e che ti è rimasto in testa.
Il DJ non dovrebbe essere un semplice jukebox umano
È sempre stata questa la mia idea di DJ: non qualcuno che riproduce una sequenza di canzoni richieste dal pubblico, ma un selezionatore capace di costruire un percorso.
La stessa canzone può avere un effetto completamente diverso a seconda di ciò che viene prima e di ciò che viene dopo. Il senso della selezione musicale nasce proprio da questo continuo rapporto tra i brani, il momento e le persone che li stanno ascoltando.
Gli algoritmi diventeranno probabilmente sempre più sofisticati e sempre più bravi a creare sequenze coerenti con i nostri gusti, ma il DJ ha ancora un elemento difficilmente replicabile: è fisicamente presente nello stesso luogo del pubblico e reagisce a ciò che sta accadendo.
Può perfino sbagliare, cambiare idea e correggere la direzione della serata. È proprio questa componente umana a rendere ogni notte diversa dalla precedente.
Perché da circa dieci anni preferisco produrre musica
A un certo punto del mio percorso ho dovuto scegliere dove investire maggiormente le mie energie.
Potevo continuare a cercare spazio in un circuito di serate diventato progressivamente meno adatto alla mia dimensione artistica oppure dedicarmi sempre di più alla produzione.
Ho scelto la seconda strada e ormai da circa dieci anni trovo molta più soddisfazione nel creare musica mia.
Produrre un brano significa partire dal nulla e decidere lentamente come dovrà suonare, quale atmosfera dovrà avere, quale ritmo, quali strumenti e quale struttura utilizzare. Significa anche passare parecchio tempo su dettagli che probabilmente chi ascolta non noterà consapevolmente, ma che contribuiscono a creare il risultato finale.
E poi arriva il momento più interessante: quello nel quale la musica viene pubblicata e smette, in un certo senso, di appartenere soltanto a chi l'ha creata.
Può arrivare ovunque.
Quando suonavo in discoteca il pubblico era davanti a me e potevo vederlo. Oggi una mia produzione può essere ascoltata da una persona a migliaia di chilometri di distanza, magari mentre guida, lavora, corre oppure semplicemente ascolta musica in cuffia.
Non vedo più necessariamente la pista, ma so che quella musica sta comunque arrivando a qualcuno.
Per me è una soddisfazione diversa, ma non inferiore.
Le mie produzioni originali raccolte in The Sound of Lorix, così come i remix che continuo a realizzare, sono diventati un altro modo di esprimere la stessa passione per la ricerca musicale che un tempo vivevo principalmente dietro una console.
Forse non mi manca fare il DJ: mi manca un certo tipo di discoteca
Alla fine credo che la conversazione con il mio vicino mi abbia aiutato a mettere a fuoco una cosa che probabilmente pensavo già da tempo.
Non è la console che mi manca.
Mi manca soprattutto un certo tipo di discoteca.
Quella nella quale si poteva entrare anche senza conoscere il nome del DJ perché ci si fidava della programmazione del locale. Quella nella quale un resident poteva costruire lentamente un rapporto con il pubblico e sviluppare una propria identità. Quella nella quale non era indispensabile essere già famosi prima ancora di salire in console.
Mi manca un luogo nel quale la musica potesse essere contemporaneamente intrattenimento, scoperta e cultura.
Forse locali così esistono ancora, ma sono diventati molto più rari.
E allora probabilmente il punto non è dire che la musica è morta o che i giovani non la ascoltano più, perché sarebbe semplicemente falso. La musica è ovunque, forse molto più di prima.
Ha soltanto cambiato casa.
Oggi passa attraverso concerti, festival, piattaforme digitali, YouTube, playlist, social network, piccoli club e mille altri percorsi differenti. È cambiato il modo di scoprirla, è cambiato il modo di promuoverla ed è cambiato perfino il significato di successo per un artista.
Per qualcuno successo significa riempire un'arena; per qualcun altro significa avere una pista piena davanti alla console.
Per me oggi può significare anche sapere che una canzone nata nel mio studio è stata ascoltata da qualcuno dall'altra parte del mondo.
Ieri il mio vicino mi ha semplicemente chiesto se conoscevo un agente per il suo gruppo jazz.
Gli ho risposto di no.
Ma quella domanda mi ha ricordato quanto sia cambiato il mondo musicale nel quale avevo iniziato e, soprattutto, quanto sia cambiato il mio modo di farne parte.
Forse è proprio questa la cosa più importante: continuare a fare musica anche quando intorno alla musica cambia tutto.

